Link to L’approccio olistico e la preparazione mentale al centro del modello azzurro che ha portato l’Italia sul tetto del mondoL’approccio olistico e la preparazione mentale al centro del modello azzurro che ha portato l’Italia sul tetto del mondo
Camilla Dacrema: “Filippo, sotto la tua guida l’Italia del tennis è diventata una squadra di potenza mondiale: tre successi consecutivi nella Coppa Davis, un record storico che ha rivelato il tuo lavoro di grande artefice della rinascita azzurra, al fianco di talenti come Jannik Sinner, Matteo Berrettini e Lorenzo Musetti. Come sei riuscito a costruire un ponte tra la vecchia guardia del tennis italiano e l’epoca d’oro di oggi?”
Filippo Volandri: “Siamo partiti dai giovani. Di numeri uno ce ne sono pochi, non solo a livello performante, ma sono più che convinto del fatto che una persona che sta bene con se stessa, performa bene. Abbiamo avuto un’intuizione, e qui parlo come direttore del settore maschile del CPO - Centro di Preparazione Olimpica di Tirrenia: dieci anni fa abbiamo notato che i ragazzi che arrivavano al Centro erano in un certo senso un po’ ‘vittime di loro stessi’. Abbiamo creato un dipartimento di psicologia per il loro benessere personale e messo a disposizione dei preparatori mentali che si occupano di performance. Credo che questo abbia aiutato molto il sistema. Se oggi vediamo un’accelerazione di grandi tennisti, ma soprattutto di ragazzi per bene, credo che tutto parta da lì. Sono convinto che il tennis ci dia una responsabilità verso i più giovani: con lo sport, abbiamo la possibilità di dare un certo tipo di educazione e trasmettere dei valori. La responsabilità è quella di riuscire a farlo con cognizione di causa, quindi con dei professionisti che trattano la materia. I ragazzi con cui collaboriamo hanno dai quindici - sedici anni. Noi mettiamo a loro disposizione un sistema che dà strumenti per crescere non soltanto dal punto di vista tecnico, ma anche dal punto di vista personale: li aiutiamo a diventare non soltanto i migliori atleti possibili, ma anche i migliori ragazzi possibili. Io mi occupo dei maschietti, ma da qualche tempo questo sistema è stato traslato anche al settore tecnico femminile, quindi finalmente andiamo di pari passo.”
Camilla Dacrema: “Un lavoro bellissimo e di grande impatto sociale, perché oltre al ruolo educativo allena anche la testimonianza umana dei futuri campioni. Mi viene in mente, Daniele, quanto sia centrale il sorriso nel tuo lavoro medico e nella Fondazione Puzzilli. L’approccio olistico che Filippo esprime nel tennis, si rispecchia nella tua visione di odontoiatria olistica, con cui accompagni atleti di diverse discipline, che crea un nesso virtuoso tra salute orale, postura e performance atletica. Anche per te il benessere è uno spazio di crescita personale, in connessione con i valori? I progetti della Fondazione Puzzilli nel contrasto alla violenza e a vantaggio dei più deboli sembrano dire che per te il sorriso, più che un fatto esteriore, rivela ciò che c’è di più intimo, a partire dalla dimensione spirituale.”
Daniele Puzzilli: “Grazie Camilla, mi piace molto partire da quello che hai sottolineato. Una frase che accompagna la mia vita nasce proprio da Madre Teresa di Calcutta: “il sorriso è il frutto dell’amore”. Una frase che mi segue nel lavoro, nella mia vita privata e accompagna anche i progetti della Fondazione. Credo fortemente che i due termini, sorriso e amore, siano legati in un modo molto stretto e viscerale.
L’approccio olistico che Filippo mi onora di seguire, e di condividere con me nel lavoro, oggi finalmente si sta allargando un po’ in diversi campi. Quando venticinque anni fa ho messo il termine ‘olistico’ accanto a ‘odontoiatria’ sembrava un po’ una bestemmia, perché all’epoca il termine olistico apparteneva solo alla medicina orientale, ai massaggi ayurvedici, quindi era un termine molto filosofico, non medico, non scientifico. In realtà questo termine è profondamente scientifico perché collega mondi diversi tra loro, che in realtà devono essere uniti. Come Filippo ha sottolineato, l’aspetto mentale e di pienezza umana nello sport è fondamentale. Quando lo sport ha la felicità espressa con il sorriso e l’approccio amorevole con il quale si esercita, diventa un’arma imbattibile se supportata anche con la mente. E’ tutta energia, che la mente sa leggere e far evolvere. Non so se Filippo condivide appieno quello che ho detto…”
Filippo Volandri: “Sono molto d’accordo. Non è mai un solo fattore a determinare un aspetto, ma sono sempre tanti, tanti fattori e quindi a volte dobbiamo un po’ uscire da quello che è stato un binario per capire che realmente c’è un approccio diverso.”
Camilla Dacrema: “C’è stata qualche volta in cui un ostacolo vi ha messo più in difficiltà, magari portandovi a dubitare del metodo?”
Filippo Volandri: “Sicuro, è successo, è successo a ognuno di noi. Io credo che in quei momenti sia importante in genere l’ascolto, quindi ascoltare le persone, ma anche dall’altra parte chiedere aiuto. Tutto quello che è stato fatto sia a livello nazionale che per quanto riguarda il settore tecnico non è solo frutto del mio lavoro, ma di persone che mi accompagnano in questo viaggio ormai da dieci anni. E quindi credo che riconoscere il problema e anche soltanto chiedere aiuto sia una parte del superamento di qualsiasi ostacolo. Poi noi abbiamo dei punti fermi, anche nel percorso Davis ci sono stati momenti complicati dove magari metti in discussione tutto quello che hai fatto perché è stato cambiato un sistema, perché è stata cambiata la struttura, però poi sono sempre le persone, quelle che tu reputi contino davvero, che ti stanno vicino e che possono anche aiutarti a superare quel tipo di ostacolo, o qualsiasi tipo di dubbio tu possa avere in un percorso. Per me è importante sapere che le persone di cui ti circondi siano le persone a cui puoi chiedere aiuto, e le persone che ti aiutano a superare qualsiasi tipo di difficoltà.”
Camilla Dacrema: “La tua visione di squadra, Filippo, trasmette il senso della comunità. Le nostre società hanno estremo bisogno di sentirsi comunità e non luoghi di scontro. Abbiamo bisogno di conoscere le nostre risorse, di conoscere noi stessi. Ecco la parte mentale, che entra in gioco anche quando c’è un ostacolo: Francesca, quanto conta l’equilibrio emotivo?”
Francesca Luchi: “Dico qui una cosa che abbiamo già condiviso con Daniele e anche con Filippo. Parliamo del tennis ma, come in tantissimi altri campi, l’errore è inevitabile, no? L’errore è l’ostacolo. La tecnica che possiedi, come atleta, in quel momento ti dice cosa fare, ma la preparazione mentale ti aiuta a farlo in modo differente. La preparazione mentale fa la differenza. Perché poi, in realtà, i migliori non sono quelli che sbagliano di meno, ma quelli che recuperano più velocemente dall’errore. Quindi io dico che l’ostacolo è lavorare sulla capacità di tornare al punto presente. E’ stata bella l’espressione di Sinner, quando ha detto che la pressione non è necessariamente negativa. Quando arriva il punto in cui l’atleta interpreta la pressione come una minaccia, serve poi un lavoro psicologico che lo aiuti a trasformarlo in una sfida anche positiva. Mi piace molto che oggi nel tennis di alto livello non ci sia più separazione tra mente e tecnica: è bellissimo perché l’aspetto performante nasce proprio dall’integrazione di un aspetto tecnico, fisico, tattico e soprattutto psicologico. Che ne pensi, Filippo?”
Filippo Volandri: “Sì Francesca, sono assolutamente d’accordo. Soprattutto in un tennis dove tutti giocano bene, tutti sono fisicamente preparati, tutti con sfumature diverse hanno capito le regole del tennis, l’approccio mentale in questo momento sta facendo la differenza: vince chi è più pronto mentalmente, soprattutto nella gestione delle difficoltà e della pressione. Che come dice Jannik, e come pensiamo tutti, è un privilegio. L’essere lì in quel momento è un privilegio, altrimenti non ti sei meritato l’opportunità di poterti migliorare attraverso una difficoltà, attraverso un problema da risolvere, attraverso una sconfitta. E anche questo fa la differenza. Noi vediamo i numeri uno al mondo che in una stagione vincono il 55-56% dei punti totali giocati in un anno, non vincono con il 75%. Quei 5-6 punti percentuali sono sempre i punti importanti. A volte vediamo risultati netti, ma sono gestiti da 5-6 punti che il giocatore gestisce in maniera diversa. Ecco, la gestione dei momenti importanti oggi è quella che fa più la differenza. Sinner in questo è veramente il numero uno al mondo perché ha una gestione delle difficoltà come raramente ho visto in vita mia.”
Francesca Luchi: “La preparazione mentale non serve a rendere l’atleta invulnerabile perché, come anche Sinner ha detto, non siamo macchine! E per fortuna. Siamo esseri umani. Questo è uno stupendo messaggio che arriva ai giovani attraverso la testimonianza di un grande campione. La preparazione mentale aiuta l’atleta a essere più consapevole e di conseguenza più flessibile, quindi più capace di esprimere il talento sotto pressione. Lavorando in quella direzione, si riesce a esprimere il talento al massimo livello.”
Filippo Volandri: “Più ti alleni su questo aspetto e meno consumi nel momento in cui la pressione arriva. Sappiamo che non potremo mai chiedere a un atleta di performare in quella circostanza se non è stato provato e riprovato in un allenamento strutturato.”
Camilla Dacrema: “Lo straordinario lavoro che Filippo ha fatto sulla squadra degli azzurri trova in Jannik Sinner un testimone eccezionale. Che sia in campo o nel dialogo con i media, sollecitato rispetto a un argomento, Jannik Sinner è sempre già pronto. Ha già elaborato il suo pensiero su quell’argomento, sia che si riferisca a lui stesso che a un tema più generale.”
Filippo Volandri: “È vero, perché è abituato ad avere un occhio e una mente che vanno velocissimi, ed è questa una delle grandi differenze che ha rispetto agli altri giocatori. Dal canto mio, ho bisogno di fare sempre delle scelte per una squadra e quando Jannik sta all’interno della squadra, si mette veramente a disposizione degli altri, tant’è che spesso, quando strutturo il programma degli allenamenti, giro dopo giro lui è sempre quello che mi dice “senti gli altri, poi io mi adeguerò di conseguenza”. E non è scontato. Ma a prescindere da questo, il vero punto è abituare la squadra a performare come squadra e non come singola persona. Abbiamo vinto tre Coppe Davis sempre con protagonisti diversi proprio perché la squadra si era già abituata a non avere il numero uno, due, tre, quattro, cinque del mondo in quel momento. Hanno sempre funzionato come squadra: a ognuno di loro ho dato un ruolo e ciascuno va a performare l’interpretazione di quel ruolo in campo. Ma ci sono tanti ruoli all’interno di dieci giorni di nazionale che, ripeto, non necessariamente sono quelli di chi scende in campo.”
Anche nel torneo tra amici lo spirito deve essere lo stesso, ovviamente con sorriso e autoironia sulle reciproche prestazioni in campo.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati
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