Tra le mille tragedie del terremoto che ha devastato il Venezuela c'è anche quella della famiglia di Héctor Bello, difensore del Marítimo de La Guaira. Quando ha sentito che il palazzo veniva giù, sua moglie Andrea ha agito d'istinto: ha fatto scudo con il proprio corpo alla figlia di un anno. La bambina si è salvata, lei no. Il dolore del calciatore, affidato ai social, sta commuovendo l'intero Paese.
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La donna viveva in un alto edificio di La Guaira, distrutto dal sisma. I soccorritori, dopo ore di ricerche, l'hanno trovata ormai priva di segni vitali. Ma sotto di lei, tra le sue braccia, c'era la piccola, viva. Poco dopo la bambina – un occhio nero e una benda al braccio sinistro, ma in buone condizioni – era in ospedale, addormentata tra le braccia della zia. «Non verranno dimesse oggi, resteranno in ospedale», ha scritto il padre sotto una fotografia.
«Andrea, come faccio a spiegare a nostra figlia che hai dato la tua vita per salvare la sua e che io in quel momento non ero lì ad aiutarvi? Sto sanguinando, ma senza ferite. Sono sveglio, ma non sento niente», ha scritto sui social, sotto choc. E ancora: «Sarai sempre la nostra eroina. Le racconterò la storia di come l'hai salvata, di come hai dato la tua vita per nostra figlia. Ma c'è una cosa che non posso perdonarti: mi hai spezzato il cuore, mi hai lasciato solo». Ventotto anni, difensore abituato a tenere la posizione e a non farsi superare, Héctor – «Kike» per la curva del Marítimo – contro il terremoto non ha potuto opporsi. Mentre negli Stati Uniti si gioca il Mondiale, la partita più dura adesso tocca a lui.
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Dalle macerie del Venezuela, accanto al dramma di Bello, arrivano anche storie di speranza. A poche centinaia di metri dalla casa del calciatore, sempre a La Guaira, un altro bimbo è stato estratto vivo dai frammenti di cemento armato: trenta secondi di video sul web sono bastati per renderlo un simbolo di rinascita, come i tre fratellini tirati fuori illesi, insieme, da quel che restava della loro casa. Ma adesso i soccorritori, oltre che a terra, guardano all'orologio: più passano le ore, più diventa difficile trovare qualcuno vivo.
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C'è tempo ancora per qualche miracolo. A Chacao, uno dei centri più colpiti, una donna è stata estratta viva dopo più di 24 ore. A La Guaira un'altra è sopravvissuta 36 ore prima di vedere la mano di un soccorritore: una telecamera della Bbc l'ha ripresa su una barella, poco dopo il salvataggio. «Quando è iniziato il terremoto, mi sono aggrappata con tutte le mie forze allo stipite della porta, così forte che mi sono rotta un dito – ha raccontato – finché tutti i piani sono crollati».
Attorno, si lavora a mani nude. E chi non può sollevare pesi usa la voce per raggiungere i propri cari sepolti, per tenerli coscienti, vivendo lo strazio di sentire le voci farsi sempre più flebili, fino a sparire. A volte resta da salvare solo la dignità. «Mia moglie non ce l'ha fatta – racconta un uomo in lacrime in mezzo a ciò che resta di La Guaira –. Si stava facendo il bagno quando ci sono state le scosse. Abbiamo tentato di scappare. Io sono riuscito, lei è caduta, ha battuto la testa ed è rimasta bloccata. So che è rimasta nuda. Vorrei raggiungerla, almeno per coprire il suo corpo».
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