Con il sapore della nostalgia che fa di Vulcano la scena di un giallo, giallo come il suo zolfo, torna in «Giallo come lo zolfo» (HarperCollins) Leo Salinas, il giovane giornalista nato dalla penna di Giuseppe Di Piazza, scrittore palermitano, giornalista del Corriere della Sera, che a Salinas ha dato, sin da «I quattro canti di Palermo» (Bompiani), una connotazione che ricalca una stagione della sua vita. Di Piazza si è occupato per tanti anni di cronaca nera quando negli anni Ottanta era un “biondino” all’Ora di Palermo, anni leggeri e insieme terribili sospesi su una città percorsa dalla violenza e dal sangue e che era necessario diventassero narrazione Anche in «Giallo come lo zolfo» Salinas, detto “Occhi di sonno” (al mattino quando arriva al lavoro ha sempre gli occhi impastati di sonno) è sempre il giovane ventiquattrenne con tante domande sui propri sogni e sulla vita, a dispetto della mattanza mafiosa di quegli anni.
È un giorno di fine agosto del 1984 quando Salinas a Palermo corre sulla sua “vespa” perché hanno ammazzato un giudice, però lo aspettano le vacanze ed è Vulcano la meta scelta con gli amici Fabrizio, Serena e Lilli, «per staccare dal lavoro, dagli omicidi, da Palermo». Prima però, nell’incipit, lo scrittore accenna ad una storia antica: a Lipari, nel 1902, davanti a un notaio l’imprenditore scozzese Christopher Mc Load sta vendendo per una cifra irrisoria l’isola di Vulcano di cui è proprietario.
Comincia così, nel segno del mistero, la storia che si dipana su due piani temporali, perché quei fatti lontani s’intrecciano con la vacanza dei palermitani sbarcati nel 1984 sull’isola con la loro R4. Faranno, infatti, amicizia con un affascinante giovane scozzese, Jamie McLoad, arrivato da Glasgow a Vulcano per scoprire cosa ci fosse dietro la vendita misteriosa del suo bisnonno. Tutto non senza colpi di scena, con un racconto coinvolgente, caldo, che mentre mantiene la tensione del giallo ci porta nell’atmosfera fascinosa dell’isola eoliana, all’epoca ancora selvaggia.
Torna Leo Salinas in un giallo tutto eoliano...
«Salinas è il protagonista dei miei romanzi ambientati in Sicilia negli anni Ottanta. Nato come personaggio nel 2010, è un giovane giornalista che si occupa di cronaca nera per un quotidiano di Palermo, che poi è sulla falsariga dell’Ora, dove io ho lavorato dal ’79 all’84, quindi è un mio alter ego, ma, come tutti gli alter ego letterari, migliore di me, molto più sveglio e intuitivo di me. È un “biondino”, non ancora assunto, ma lavora dodici ore al giorno e dopo l’estate faticosissima dell’84 va in vacanza alle isole Eolie e lì s’imbatte in un giallo che ha radici molto antiche. Quanto a Vulcano, per me è un pezzo di cuore, ci andai per la prima volta nel 1970 con i miei genitori, e l’isola, come le Eolie di quegli anni, aveva la stessa atmosfera che ho ricreato per Salinas».
In una storia d’invenzione, tu prendi spunto da un fatto antico, l’unico storico.
«Proprio a Vulcano ho scoperto che l’isola, dal 1870 al 1903, è stata di proprietà di un imprenditore scozzese, tale James Stevenson (McLoad nel romanzo), cosa che mi ha acceso la fantasia per questa storia. Stevenson poi la vendette, e in seguito rientrò nel patrimonio dello Stato. Lo scozzese scoprì che lì assieme allo zolfo c’era l’allume, ma oltre a occuparsi delle miniere cominciò a coltivare anche uva e fece un vino un po’ solforoso che vendette bene a Londra. Attorno a questo fatto reale invento una trama con un intreccio tra sentimentale e passionale».
In questo racconto c’è però anche la quotidianità spensierata che vivono Salinas e i suoi amici, tra giornate al mare, grigliate, la musica dal mangianastri, le schermaglie...
«Per la prima volta ho scritto in maniera più leggera, perché ho tolto la mafia come presenza “pesante” e ho introdotto la storia. Mi sono divertito a scrivere, anche se reggere due piani temporali è complesso. Non c’era ancora la mafia come la conosciamo noi nei primi del ’900, c’erano i prodromi della mafia; quella che allora era sostanzialmente “la mano nera” stava diventando mafia e soprattutto grazie ai latifondisti i cui i campieri poi diventano capi mafiosi. Mentre io immagino che anche le miniere avessero un sistema simile, cioè che ci fossero famiglie che garantivano la sicurezza delle miniere. Lo zolfo per noi siciliani è stato importante perché si riforniva tutta l’Europa. Quanto alla spensieratezza ho cercato di rendere i rapporti semplici, teneri del gruppo, senza nessun conflitto vero. Volevo rappresentare lì a Vulcano una sorta di piccola isola di equilibrio. E la musica, sempre colonna sonora dei miei romanzi, è quella che sentivamo in quegli anni, i Pink Floyd, i Rolling Stones, Crosby e poi i grandi cantautori italiani De Gregori, Dalla, Guccini, sentire i quali per noi era una bussola, erano veramente lampi di consapevolezza».
C’è, infatti, tutta un’epopea degli anni ’80. Un omaggio a quella generazione?
«È così. La mia generazione a Palermo viveva in una sorta di guerra civile permanente, si dovevano fare i conti con il fatto di voler fare da ventenni, come Solinas, una vita normale in una città che normale non era. Anni per me straordinariamente consacrati al bello perché erano quelli, magici, della gioventù. Però io vivevo in una città dove di magico non c’era nulla. Per me, sempre, il ricordo degli anni ‘80 è in equilibrio tra la bellezza di avere avuto 22-25 anni, la musica, le ragazze, gli amici, le motociclette, e dall’altra parte le stesse giornate in quell’inferno, tra morti ammazzati, stragi, paura, lo Stato in ginocchio, la mafia che vinceva».
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