Si può “restare umani” dentro il mondo digitale?

Si può “restare umani” dentro il mondo digitale?

Connessi, anzi iperconnessi. Sempre, dovunque e comunque. Sembra diventata una necessità più che una comodità o forse è una… perversione. Chi si ostina a pensare in proprio si trova in una bolla problematica, composta da mille domande. A queste prova a rispondere il giornalista siracusano Aldo Mantineo con il suo ultimo libro «Stop scroll. Come sopravvivere ai social, IA e fake news» (editrice Keyrayles). «In un’era dominata dall’algoritmo e dal flusso ininterrotto di contenuti – dice l’autore – lo scrolling (scorrere un testo, un'immagine o una pagina web sul telefono o sul computer, nda) compulsivo è diventata l’abitudine quotidiana di milioni di persone». A Mantineo, cui mi lega un periodo di percorso in comune in questo giornale, ho rivolto alcune domande “necessarie”.

Cominciamo dalla… fine. Cioè da una frase che hai scritto nell’ultima parte: «Restare umani dentro il digitale». Non sembra facile.

«Ci si affanna a capire in che direzione vanno i modelli di intelligenza artificiale, a interpretare gli allarmi lanciati da chi lavora sull’IA agentica (quella che “pensa” in maniera più autonoma) sul pericolo di una perdita di controllo da parte dell’uomo: faremmo forse meglio a concentrarci sul recupero di quella straordinaria e avanzata tecnologia umana che si chiama buonsenso. Gli appunti che ho provato a ordinare in questo lavoro partono e approdano a quel “restare umani dentro il digitale” che non vedo come una missione impossibile ma come un traguardo che è al tempo stesso un metodo. Le piazze digitali, i social, sono belle e affascinanti ma dobbiamo conoscerle meglio per frequentarle con consapevolezza e responsabilità».

Proponi argomenti uno più interessante dell’altro. Potremo toccarne solo alcuni. Per esempio, il concetto di responsabilità che sul web sembra sparire.

«È un nervo scoperto. Dimentichiamo spesso un paio di principi fondamentali: in rete non siamo mai da soli, la rete conserva tutto e ci mette in una sorta di connessione costante con un pubblico potenzialmente smisurato che ha un proprio punto di osservazione che non sempre (anzi, difficilmente) coincide con il nostro. Quindi al concetto di responsabilità affianco quello di reputazione digitale, che ciascuno di noi deve costruire giorno per giorno e che si alimenta anche delle sensazioni, dei giudizi e delle valutazioni di chi ci legge o ci segue. Prima di postare, commentare, condividere, fermiamoci un momento: questo pensiero mi rispecchia veramente? Se rileggessi questo testo, se vedessi questa immagine tra vent’anni ne ricaverei disagio? Stare bene in rete non è sprintare, meglio avere il passo del mezzofondista che dosa le forze per arrivare bene al traguardo».

Il cyberbullismo è fenomeno gravissimo. Come si combatte?

«Se dovessi misurare il grado di consapevolezza di questo fenomeno odioso solo sulla base della quantità di corsi, incontri, seminari e osservatori tematici, potrei concludere che si tratta di qualcosa di ben conosciuto. Ma sarebbe un indicatore poco utile: accanto a una diffusa (ma superficiale) conoscenza non scorgo la necessaria attenzione. Ostinarci a derubricare a ragazzate atti che sono veri e propri comportamenti deviati, amplificati da quel senso di quasi sostanziale impunità che a qualcuno sembra che garantisca la rete, è la più pericolosa sottovalutazione possibile. Sulla carta c’è una solida alleanza tra famiglia, scuola e agenzie educative, ma ogni episodio che viene alla luce (e tanti rimangono nell’ombra) ci dicono che questo legame ha bisogno di essere rafforzato. A ogni livello».

Il discorso si sposta sul ruolo dei genitori che spesso sono un cattivo esempio…

«I nostri figli, i nostri nipoti ci guardano, ci osservano. Apprendono di più da ciò che facciamo che non da quel che diciamo. Non è una novità ma vale, a maggior ragione, in questa quotidianità digitale. Dare a un figlio regole e limiti orari prestabiliti per usare lo smartphone non è difficile, ma varrà a poco se invece di dargli poi attenzione preferiamo scrollare o controllare le mail».

È necessario parlare di fake news. Ci spieghi come nascono e i danni che fanno?

«Una notizia falsa non è solo una notizia inventata di sana pianta. Quelle sono più semplici da riconoscere. Il problema è quando si mischiano fatti veri e scenari verosimili, si priva un fatto del suo contesto o se ne “costruisce” un altro, si collegano due fatti veri creando connessioni inesistenti. Così la macchina della disinformazione corre e le fake news, in modo contagioso, si fanno strada. Rimedi? La verifica puntuale, innanzitutto; l’utilizzo di fonti attendibili; prendersi il giusto tempo per analizzare un contenuto prima di condividerlo o commentarlo. Se la cifra dei social è la velocità con cui scorriamo i reel, il mezzo migliore per navigare con un minimo di sicurezza è rallentare il ritmo. E non rinunciare a porsi domande: chi lo sta dicendo? dove è stato scritto?».

Gli algoritmi influenzano la nostra “navigazione”, come possiamo “ingannarli”?

«Online seguiamo una rotta che tracciamo noi, o meglio è tracciata dall’algoritmo che ci “legge”. Se mi fermo un po’ più del solito a vedere siti di auto, in media restiamo su una schermata per circa un secondo, me ne saranno proposti altri dello stesso tenore, perché la sosta è interpretata come segnale di interesse a quell’argomento. Depistare l’algoritmo, dunque, non è difficile: basterà guardare appena di più post relativi ad argomenti che normalmente non attirano la nostra attenzione per osservare in breve come muterà il senso della navigazione. Per un po’ non vedremo quei contenuti che prima ci erano proposti insistentemente».

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