Se Dickens raccontasse il Natale di oggi... L’irresistibile apologo di Marco Presta

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Se Dickens raccontasse il Natale di oggi... L’irresistibile apologo di Marco Presta

Se Dickens raccontasse il Natale di oggi... L’irresistibile apologo di Marco Presta

In «Canto di Natale con autotune» (Einaudi), lo scrittore Marco Presta porta Dickens nel cuore di una Roma abbagliata da luminarie, mercatini e frenesie da shopping, dove la bontà natalizia diventa un obbligo sociale e la musica un prodotto industriale. Il suo protagonista, Aurelio Scrocchia, è un moderno Ebenezer Scrooge, un produttore discografico incapace di guardare il mondo senza un feroce sarcasmo. Tra artisti senza talento e performer che cantano solo grazie all’autotune, Scrocchia attraversa una Vigilia allucinata che lo costringe a fare i conti con gli ideali che ha tradito. Autore comico e conduttore radiofonico di successo – con Antonello Dose conduce su Radio 2 «Il ruggito del coniglio» – Presta costruisce un racconto comico e crudele che rilegge il capolavoro dickensiano, ritrovando un’inattesa speranza.

Dica la verità, quanto è stato liberatorio scrivere questo libro?
«Moltissimo. Avevo un piccolo conto in sospeso con certe canzoni che passano per radio e che non sopporto più. Poter lasciare correre davvero la fantasia e sfogarmi senza briglie è stato quasi catartico».

Aurelio Scrocchia sostiene che “i bambini sono gli stronzi di domani”. È davvero così pessimista?
«È quello che dice Scrocchia... ma in ognuno di noi esiste una sua piccola versione: un lato irrigidito, disilluso, a tratti feroce. Scrocchia vede solo il negativo perché ha tradito gli ideali a cui teneva e si è inaridito al punto da non concedere più attenuanti a nessuno, nemmeno ai bambini».

Nel libro “la musica è un grande amore trasformato in rancore”. Che cosa è accaduto, secondo lei, al mondo discografico?
«È diventato un prodotto industriale. La musica leggera è sempre stata commerciale, ma un tempo conservava un nucleo artigianale, perfino artistico. Oggi è un fenomeno di massa creato in batteria. In radio abbiamo fatto un esperimento: abbiamo chiesto a un’intelligenza artificiale di scrivere e cantare canzoni con temi prestabiliti. Il risultato? Brani identici, se non migliori, al 90% di ciò che arriva a Sanremo. Questo dà la misura di dove siamo arrivati».

A proposito di Sanremo, la sua ipertrofia mediatica ormai domina l’informazione per settimane intere. La sconvolge?
«Sì, perché non è più una gara musicale. È una vetrina gigantesca per vanità di ogni tipo: cantanti, attori, politici, personaggi dei social. La musica, a Sanremo, è quasi un pretesto».

Nel romanzo ritrae un Natale nevrotico fra bancarelle, mercatini, gruppi WhatsApp e rituali forzati. Possiamo dire basta?
«Dovremmo. E dovrebbero dirlo soprattutto figure e istituzioni più autorevoli, come la Chiesa. Il Natale è diventato la festa della nascita di Babbo Natale, non più quella di Gesù. È una ricorrenza spirituale ridotta alla ricerca ossessiva del regalo. Un’industrializzazione selvaggia che, rispetto ai Natali dell’infanzia, è abbastanza deprimente».

Poi arriva l’alcaloide, la svolta comica e tragica insieme…
«Sì, Scrocchia ingerisce per errore una sostanza invece del farmaco per la pressione. È solo una spinta, un alibi narrativo, perché la sua coscienza è già incrinata. Da lì parte una sequenza di eventi che, come in ogni Canto di Natale, portano a un cambiamento».

Affrontare un classico come Dickens è anche una responsabilità?
«Assolutamente. “A Christmas Carol” è uno dei libri più letti al mondo e Dickens è uno scrittore prodigioso. Quando la mia editor Einaudi, Dalia Oggero, me l’ha proposto mi sono spaventato, lo ammetto... poi è subentrato il divertimento: immaginare una storia attuale che rispetti quello schema è stato entusiasmante».

Che cosa rende ancora oggi attuale il Canto di Natale?
«Parla direttamente al cuore degli uomini e dice: provate a cambiare, a non essere lo schifo che siete diventati. E oggi ne abbiamo un bisogno enorme. Basta guardare la situazione mondiale, i leader che sembrano portarci verso il conflitto invece che verso la pace, è un momento buio. Proprio per questo serve qualcuno che accenda una speranza».

Lei crede che nella vita esista un quantitativo limitato di felicità e infelicità?
«Sì: entrambe sono preziose e non vanno sprecate. La felicità è più gradevole, certo, ma anche l’infelicità ha un ruolo, se ti spinge a ritrovare la voglia di vivere. Non bisogna sprecare neanche quella. Il dolore è utile se, a un certo punto, riusciamo ad allontanarcene. È una spinta. Una volta scrissi una battuta: “Il dolore è utile, ma ora scendi dal mio piede per favore”. Ecco, vale ancora oggi».

Il libro, senza spoiler, approda alla speranza. Possiamo davvero permettercela?
«Siamo obbligati. Non abbiamo alternative: siamo condannati a sperare. E oggi dobbiamo farlo più che mai».

Le illustrazioni di Max Paiella aggiungono una dimensione visiva molto forte. Come è nato il lavoro a quattro mani?
«Sapevo che Max aveva talento nel disegno, e l’ho proposto subito. Ha realizzato i primi bozzetti ed Einaudi li ha accolti con entusiasmo. Lavorare con un amico, scambiandosi idee in modo naturale, è stato un privilegio».

Se dovesse scegliere: si sente più Grinch o più Babbo Natale?
«In realtà, a nessuno dei due. Sono figure prive di spiritualità, e questo è uno dei grandi problemi della nostra epoca. Non a caso Babbo Natale è stato inventato dalla Coca-Cola: il capitalismo è molto furbo nell’appropriarsi perfino delle festività. Dobbiamo stare attenti a entrambe le icone. La strada dovrebbe essere un’altra, ma spetterà a qualcuno più autorevole di me indicarla».

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