L’Assemblea nazionale del Partito Democratico, riunitasi oggi, ha sancito un passaggio cruciale per gli equilibri interni, votando a larga maggioranza (225 favorevoli, 36 astenuti) a favore della relazione della Segretaria Elly Schlein. Il voto segna ufficialmente l’allargamento della maggioranza interna alla componente guidata da Stefano Bonaccini e dai suoi alleati.
L’esito dell’Assemblea avvia una fase nuova, con lo zoccolo duro dei riformisti 'duri e puri' che perde un pezzo importante della sua minoranza.
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Con un intervento più volte applaudito dai partecipanti, Stefano Bonaccini ha rivendicato con forza la sua posizione, respingendo l'etichetta di "minoranza interna".
"Dalla campagna per le primarie ho sempre detto che, dal giorno dopo, avrei sostenuto la segretaria eletta. Promessa mantenuta." ha detto Stefano Bonaccini
Il Presidente dem ha sottolineato la coerenza della sua linea: «Il giorno stesso in cui presentai la mia candidatura al Pd dissi che se avesse perso qualcun altro, il giorno dopo avrebbe avuto il mio pieno sostegno». Da oggi, Bonaccini — assieme a figure di spicco come Alessandro Alfieri, Simona Bonafè, Piero De Luca ed Eugenio Giani — fa il suo ingresso ufficiale in maggioranza.
Bonaccini ha poi attaccato le dinamiche correntizie: «L’anomalia non è il Pd che fa i congressi, ma gli altri partiti che non lo fanno. Però c'è una anomalia che i cittadini vedono anche di più, quello del correntismo esasperato e di un segretario eletto che dal giorno dopo l’elezione si lavora a indebolire». L'obiettivo, ha concluso, è ora comune: «Vincere le elezioni e dare un altro governo al paese».
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La nuova geografia interna è stata anticipata dall'iniziativa di Milano del 24 ottobre, dove esponenti come Lorenzo Guerini e Filippo Sensi avevano già sancito l'addio a Bonaccini quale esponente di riferimento della minoranza. L’accusa mossa dallo zoccolo duro riformista era la troppo scarsa incisività dell’azione di opposizione portata avanti dal presidente dem.
Il voto di oggi ha visto infatti l'astensione di quest'area.
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Le ragioni dell'astensione sono state illustrate da Piero Fassino dal palco dell’Assemblea. «Io e altri compagni che sono qui ci asteniamo al voto sulla relazione della segretaria, è una messa alla prova, una apertura di credito», ha spiegato Fassino. L'area che si riconosce nella cultura riformista, ha assicurato, «vuole contribuire all’obiettivo» fissato da Elly Schlein per battere la destra.
«La nostra astensione non è un fatto di divisione, tantomeno di sfiducia, il segretario c'è ed è segretario di tutti», ha tenuto a precisare Fassino.
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Nonostante le parole distensive, l'atmosfera non è stata totalmente serena. Mormorii di disapprovazione si sono levati dai posti occupati dai riformisti nell’Auditorium Antonianum. La ragione sarebbe riconducibile a un passaggio dell’intervento del capogruppo dem al Senato, Francesco Boccia: «Nessuno nel Pd vuole cancellare il dissenso o chiedere uniformità: quando usciamo fuori non rappresentiamo noi stessi, ma una intera comunità».
Il riferimento di Boccia è stato interpretato come una risposta all’accusa mossa da Silvia Costa sul caso del Ddl Delrio contro l’antisemitismo, una misura non condivisa dal gruppo dem a Palazzo Madama. L'intervento ha provocato una reazione plateale: il senatore Filippo Sensi si è alzato in piedi, allargando le braccia e dando la sensazione di volere uscire dalla sala, salvo poi fermarsi in un angolo, in segno di visibile protesta.
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