Quel maestro fascista che divenne alunno nel bel romanzo di Alessandro Di Nuzzo

Quel maestro fascista che divenne alunno nel bel romanzo di Alessandro Di Nuzzo

E’ un libro poetico, «Il maestro del Duce» (Bompiani), appena uscito in libreria, che nella forma del diario (con lo stilema letterario del diario ritrovato) racconta, oltre l’oleografia, un anno di scuola di un giovane maestro durante il ventennio fascista. L’autore, Alessandro Di Nuzzo, emiliano, scrittore, sceneggiatore di docufilm, responsabile editoriale di Aliberti Editore (ma anche autore di testi musicali, per Cremonini e Morandi), si è appoggiato alla memorialistica e alla diaristica e alle grandi pagine della storia e della letteratura e del cinema italiano.

È il settembre del 1937 quando il ventenne Guido Centofanti, voce narrante del romanzo, parte dalla provincia aretina verso Morra Terzana, tra le montagne del Cilento, per il suo primo incarico di maestro, con l’entusiasmo candido di servire la patria fascista e i precetti del Duce. Ma presto, assieme all’iniziale incomprensione di due mondi che sono lontani, la miseria atavica del luogo, dove nella scuola fatiscente manca tutto – in principio persino gli alunni – presenta a Guido il conto di una realtà diversa. Poi, però, per gli allievi che si esprimono nel dialetto del luogo c’è l’incontro con la parola altra e con l’oggetto libro (dove, a dispetto del libro unico, il testo letterario rimane il principale deposito di significati), per il «gnor mae», anche lui alumnus da nutrire ogni giorno, c’è l’empatia con un’umanità varia, dal bidello-becchino-tuttofare Masturzo al pittore Salviati, al confino, alla sartina Augustina, e con i luoghi, complice una natura selvatica lontana dall’impostura.

Dottor Di Nuzzo, come è nata questa bella storia ricca di simboli e illuminante per il nostro inquietante presente?
«Chi ha una certa età come me conserva le memorie familiari, oggetti compresi, di nonni e genitori che hanno vissuto il ventennio fascista, come la foto di mio padre in divisa di balilla. Nel romanzo è citato il Libro unico, il sussidiario che ho trovato sui banchi di mercatini insieme a pagelle, quaderni dell’epoca o libri di lettura come il “Balilla Vittorio”, citato nel romanzo. Questo per dire che quella storia ci riguarda per le nostre memorie familiari ma anche, purtroppo, per quel fascismo che sempre riaffiora come un fiume carsico».

Guido diventa veramente maestro quando avviene con gli alunni una restituzione reciproca di significati, benché da un lato in dialetto dall’altro in italiano, quando lui passa dal registro burocratico-conformista a quello emotivo e profondo, e accoglie nella sua didattica la fantasia, resa, tra le altre, dalla bella immagine degli aquiloni che fanno volare le menti.
«Il senso è proprio questo, di insegnante che diventa “insegnato”, come si racconta in tutte le grandi storie di maestre e maestri, dal libro “Cuore” a “Io speriamo che me la cavo” a “Diario di un maestro”. Guido, non è che cambi tanto la sua natura, ma a poco a poco, in quell’anno di insegnamento, capisce cosa sia davvero coscienza e responsabilità. I condizionamenti ci sono sempre stati nell’ambiente educativo, anche oggi, quando in varie forme si vuole costringere tutto quello che è fantasia e capacità di immaginazione. L’immagine pascoliana degli aquiloni porta con sé il significato di oggetto di libertà che si oppone agli strumenti di guerra del regime».

Morra è paese immaginario del Cilento. Come ha lavorato per integrare dialetto e italiano?
«Morra è luogo iconico dei Sud d’Italia, un’Italia meridionale interna, e, se si vuole, anche dei Sud del mondo. La mia famiglia è originaria della provincia di Caserta, e ciò che ricordo della nonna, che era analfabeta e parlava in dialetto, si riverbera nella storia del libro. Uno dei temi del romanzo è quello dell’analfabetismo femminile, diffuso soprattutto nelle aree più interne e disagiate del Sud, nonostante la riforma Gentile imponesse l’iscrizione alla scuola elementare. Cosa che fa capire a Guido come fosse grande la distanza tra la propaganda e la realtà dei fatti. Per quel che riguarda la lingua, la mia conoscenza dei dialetti è di riporto. Assieme ai ricordi familiari e all’aiuto di tanti amici della zona di Agropoli, ho seguito la lezione del grande Eduardo, usando un livello di italonapoletano o italocampano. Mi ha aiutato, però, anche il fatto che Guido nel momento in cui registra quello che gli accade e quindi anche i dialoghi, scrive nel diario quello che ha capito».

Salviati e Augustina rappresentano il pensiero critico, libero che scuote quello dogmatico del maestro.
«Salviati, che nel suo nome porta il riferimento a Galileo ma essendo pittore è anche un omaggio a Carlo Levi, è un uomo di pensiero, formatosi probabilmente nel mondo torinese vicino a Gobetti e a Gramsci. Rappresenta la coscienza critica, e sente, con angoscia, che il fascismo è qualcosa di connaturato a un certo modo di essere italiano (del resto Gobetti diceva che “il fascismo è l’autobiografia della nazione”). Apprezza in Guido il senso di responsabilità, che è la chiave del cambiamento del giovane. Quanto ad Augustina, analfabeta, intelligente, ribelle e con una sua naturale sensualità, è il simbolo del potente femminile che provoca sconvolgimento in Guido».

Nella seconda parte del romanzo c’è un cambio totale di registro, sia nel contenuto, più drammatico rispetto alla prima, che nella lingua.
«È così, perché è lì che Guido, mandato sul fronte di guerra greco, benché inizialmente riformato per una leggera zoppia, si spoglia anche linguisticamente della retorica del regime. La guerra è un catalizzatore, purtroppo, con cui si prende coscienza e da certe posizioni si passa ad un’altra visione del mondo, che in Guido è strettamente legata alla sua attività didattica. Io come tanti ho presente l’asciuttezza della lingua con cui Pavese o Vittorini scrivono i loro romanzi, e che è già una forma di opposizione».

Dottor Di Nuzzo, lei dà al suo lavoro un valore civile e politico?
«Inevitabilmente sì. Ho pensato a questa storia circa dieci anni fa. Mi chiedevo, tuttavia, a chi potesse interessare. In fondo, pensavo, il tema fascismo è consegnato alla Storia. Purtroppo non è così, e lo vediamo ogni giorno, non si tratta più di revisionismo ma di ondate di ideologia. E non solo in Italia, basti guardare il successo della AFD in Germania».

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