«Il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro. Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione».
Dopo il ko sull'emendamento sulle preferenze, Giorgia Meloni non si rivolge solo al centrosinistra che si è opposto allo scrutinio palese, che non ha voluto mettere la faccia sul voto, che ha esultato «come se avesse vinto un Mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i propri parlamentari». Fa male la sconfitta per un solo voto. Fatto sta che, oltre all’amarezza per i numeri che sono venuti a mancare (31 per il capogruppo della Lega, Riccardo Molinari; 36 per le opposizioni), ora si apre la riflessione si come andare avanti.
E ora? «Completiamo l’iter della legge, poi ci sarà un confronto interno» alla coalizione, dice il capogruppo del partito di via della Scrofa alla Camera, Galeazzo Bignami, «Su Fratelli d’Italia posso mettere la mano sul fuoco, forse anche due», afferma sottolineando allo stesso tempo il fatto che ci siano stati colleghi di maggioranza che invece «platealmente, ostentatamente non hanno votato». In Fratelli d’Italia non c'è l’intenzione di sminuire la portata di quanto accaduto, «la legge elettorale non è un provvedimento come gli altri». Anche perchè la paura è che il testo, senza la reintroduzione delle preferenze, possa essere considerato anticostituzionale. Era il messaggio spedito nei giorni scorsi ai leader dei partiti alleati che si sono spesi per compattare i propri gruppi nelle riunioni tenutosi ieri mattina. «Si vede che non è servito...», allarga le braccia un deputato di Fdi. Noi abbiamo agito con coerenza, dice ai suoi la premier. L’obiettivo ora del governo è quello di andare avanti, c'è all’orizzonte, a settembre, la prospettiva del record di permanenza di un premier a palazzo Chigi. Ma allo stesso tempo in Fratelli d’Italia torna a farsi sentire il 'partito' del voto anticipato. Escluderlo? «Per ora sì, per ora...», osserva un 'big' di Fdi.
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Dal Colle si osserva la situazione con preoccupazione ma da lontano. Formalmente non si è consumata una sconfitta del governo ma della maggioranza. La prassi non prevede in automatico la crisi. Ma ogni scenario è aperto in questo frangente ad alta tensione. Anche elezioni anticipate o quanto meno un chiarimento in Parlamento. Per Meloni è una fase in cui serve «una attenta riflessione». Sono ore di valutazioni a 360°. Ma quando verso le 21.30 la premier lascia Palazzo Chigi i suoi assicurano che l’idea di salire al Quirinale non è sul tavolo. E che ora prevale «la responsabilità di governare il Paese».
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Si rincorrono le voci di un imminente vertice di maggioranza, ma i politici più esperti di questo genere di confronti tendono ad evitare di farli a caldo. Perché politicamente questa debacle può rappresentare uno spartiacque. Più di quella sul referendum sulla giustizia. E si somma alla deriva su cui è finito il premierato. Seppur il governo non fosse pienamente esposto come sulla separazione delle carriere dei magistrati, la riforma della legge elettorale era uno degli obiettivi dichiarati del centrodestra. E Meloni, anche a costo di un lungo braccio di ferro con gli alleati, aveva puntato sulla reintroduzione delle preferenze, un suo storico cavallo di battaglia. In queste settimane i suoi hanno cercato una soluzione.
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E un compromesso sembrava raggiunto dopo le aperture di Lega e FI. Ma è cominciato a serpeggiare qualche dubbio in Transatlantico alla Camera quando Meloni, mentre era in volo dal Qatar dove ha partecipato alla cerimonia di condoglianze per la morte dell’ex emiro, sui social ha lanciato la «sfida» alle opposizioni a rinunciare alla richiesta del voto segreto. «Giorgia era pessimista», racconta un parlamentare meloniano. Così quella che molti nella maggioranza prevedevano come una votazione scontata, meno di quattro ore più tardi ha gelato maggioranza e governo. Dopo un breve conciliabolo con il ministro Francesco Lollobrigida (per tutto il pomeriggio a Montecitorio per monitorare la situazione e chiarire i dubbi agli indecisi), il capogruppo Galeazzo Bignami annuncia che sulla legge elettorale si va avanti. Antonio Tajani invece si confronta con i suoi colonnelli. Non sono gli unici a fare i conti. Secondo i primi calcoli a spanne sono mancati circa 30 voti alla maggioranza. È il fattore che scatena l’ira della presidente del Consiglio e i dubbi conseguenti. Su questa partita ha cercato lo scontro con le opposizioni e, al di là di tutto, poteva mettere in conto la possibilità che finisse così. Per ora non ci sono indizi di una scelta drastica imminente. Ma di fatto, secondo i ragionamenti che circolano nell’esecutivo, si è avviato un countdown che potrebbe anche portare alle elezioni a ottobre. Intanto nei giorni scorsi, come di consueto accade ogni 6-7 mesi, al Viminale «in vista delle prossime consultazioni elettorali" hanno ordinato 90mila boccette di inchiostro nero oleoso per timbri metallici e 135mila matite copiative.
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Le opposizioni insistono sul fatto che «non si può fare finta di niente» e sulla necessità che la premier Giorgia Meloni salga al Colle. «Per noi il dato è chiaro, è stato un fallimento politico, un fallimento di Meloni e per noi proseguire i lavori in queste condizioni non ha alcun senso. Ora vedremo come procedere, ma ovviamente non può essere archiviato come un fatto burocratico», spiega la capogruppo Pd alla Camera, Chiara Braga, al termine della Conferenza dei capigruppo di Montecitorio e a chi le domanda se ci sia l’ipotesi di abbandonare i lavori d’Aula replica: «Vedremo come riprendere, sicuramente non nella normalità, perché non c'è niente di normale in questa situazione». «Non capiamo cosa ci possa essere di più significativo che l’emendamento bocciato del capogruppo del partito di maggioranza relativa del partito della presidente del Consiglio, con la presidente che annuncia e chiede compattamente alla sua maggioranza di votare, dicendo per tutto il giorno di aver trovato la quadra. Questa di fatto è una sfiducia al governo, secondo noi la presidente Meloni deve andare a riferire al Quirinale, perché riprendere i lavori come se nulla fosse accaduto credo sia un insulto al Parlamento e soprattutto al Paese», aggiunge il presidente dei deputati M5s, Riccardo Ricciardi. «Sono intervenuta nella Conferenza dei capigruppo cercando di dire una parola di verità: la presidente del Consiglio si era molto esposta rispetto a questo emendamento, perché voleva portare a casa le preferenze, anche se farlocche, sapendo che non solo sfidava l’opposizione per l’impianto della legge elettorale, ma soprattutto perché sfidava una parte importante della sua coalizione. Chi vuole troppo, non prende proprio niente. Deve metterci la faccia, deve andare dal Presidente della Repubblica e rendere conto della mal conduzione di questa proposta a cui teneva tanto», dice invece la capogruppo Avs, Luana Zanella.
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