L'indagato ai pm: "Non conosco né Lavitola né Ranucci". Per gli inquirenti D’Avino era in contatto con il factotum Tavares

L'indagato ai pm: "Non conosco né Lavitola né Ranucci". Per gli inquirenti D’Avino era in contatto con il factotum Tavares

«Non so chi sia Valter Lavitola e non conosco Sigfrido Ranucci, non sapevo fosse un giornalista». Ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere Pellegrino D'Avino, un componente della banda che secondo l'accusa ha organizzato l'attentato al conduttore di Report, ma ha deciso davanti ai pm titolari dell'indagine di fare dichiarazioni spontanee. Il suo racconto, in base a quanto si apprende, si è concentrato sostanzialmente sulla figura di Gomes Clesio Tavares, il factotum di Lavitola, che avrebbe svolto un ruolo di intermediario nel pianificare l'azione dinamitarda del 16 ottobre scorso.

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L'indagato, davanti ai magistrati della Dda, non ha negato il suo rapporto con il cittadino camerunense, che da qualche mese è tornato in patria. «Io e Gomes ci conosciamo da tempo – ha spiegato D'Avino alla presenza del suo difensore, l'avvocato Antonio Falconieri – in passato abbiamo lavorato insieme. Ci siamo occupati di sicurezza per alcuni locali o eventi in Campania». D'Avino si sarebbe limitato a ribadire il suo rapporto di amicizia con l'indagato senza fornire elementi su quel nome, Corrado, che in alcune intercettazioni viene citato.

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Nella vicenda, comunque, secondo l'impianto accusatorio, la figura di D'Avino non sarebbe secondaria. È lui, secondo gli inquirenti, ad aver tenuto i rapporti con Gomes, che nelle intercettazioni sarebbe stato definito «quello». Nell'ordinanza vengono citati una serie di dialoghi captati da cui si evincerebbe lo stretto legame tra i due. Il gip scrive che D'Avino «ha preso contatti con un soggetto terzo, evidentemente il mandante – si legge – o colui che parlava per suo conto» che dopo l'attentato si sarebbe «reso disponibile a garantire un temporaneo allontanamento dal territorio in favore degli esecutori dell'attentato», garantendo «risorse economiche, strumenti di pagamento ricaricabili e modalità operative idonee ad eludere eventuali attività investigative».

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Gomes Tavares, secondo chi indaga, avrebbe fornito al suo «amico» anche la versione da riferire agli inquirenti in caso di arresto, una versione tesa a «coprire» i presunti mandanti. Se gli inquirenti fossero arrivati ad Antonio Passariello – l'uomo che secondo l'accusa ha piazzato l'ordigno e che è il padre di D'Avino – il 53enne di Cicciano, in provincia di Napoli, avrebbe dovuto dire che non era mai stato a Roma, o che si trovava nella Capitale per vedere la partita della Roma.

D'Avino, inoltre, avrebbe comunicato al padre ulteriori istruzioni ricevute dall'intermediario: in primo luogo, scrive il gip, qualora fosse stato arrestato avrebbe dovuto riferire che l'ordigno lo aveva piazzato per conto di un albanese conosciuto a Ostia tre giorni prima per affari di narcotraffico, che gli avrebbe dato come contropartita tremila euro, ma di cui non conosceva l'identità dell'obiettivo.

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Il difensore di D'Avino, dopo l'interrogatorio svolto a Rebibbia, ha confermato di avere fatto ricorso al Riesame. «Il nostro obiettivo – spiega Falconieri – è quello di far cadere l'aggravante del metodo mafioso. Già l'inchiesta iniziale è stata in qualche modo aggiustata, visto che il gip ha fatto cadere l'accusa di strage». Intanto sono già all'attenzione dei pm di piazzale Clodio le denunce presentate da Ranucci e dalla redazione di Report, in cui si ipotizzano i reati di diffamazione aggravata e rivelazione del segreto di ufficio e del segreto investigativo.

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