Una riunione giovedì scorso, un’altra domenica, l’ultima lunedì: gli 'sherpa' del centrodestra non hanno mai smesso di lavorare a un testo di compromesso per tentare di compattare la maggioranza sul tema delle preferenze. La Lega e Forza Italia in un primo momento non avevano nascosto le proprie perplessità, poi dai vertici dei due partiti è prevalsa la tesi di dare indicazioni ai gruppi di votare l’emendamento presentato ieri da Fdi, Noi moderati e Udc (pur senza sottoscriverlo). È un sistema misto, le riflessioni all’interno del partito azzurro e di quello di via di Bellerio, una proposta di mediazione. Ma soprattutto ha fatto breccia la possibilità che il testo sulla legge elettorale, senza l’inserimento delle preferenze, potesse risultare incostituzionale. È il 'refrain' che più volte ha ripetuto Fratelli d’Italia.
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Ma la questione, il ragionamento illustrato dalla premier Giorgia Meloni ai leader alleati, è soprattutto politica: bisogna fare di tutto per garantire la stabilità al Paese, la coalizione non si può spaccare e deve presentarsi unita a uno degli appuntamenti 'cruciali' della legislatura. Anche per questo motivo la presidente del Consiglio, di fronte all’annuncio del Pd sulla richiesta di voto segreto, ha fatto un ulteriore passo in avanti. Invocando «un’operazione verità», per capire «se quei partiti che da tempo invocano la possibilità per i cittadini di scegliere i propri parlamentari lo facciano per convinzione o soltanto per prendersi gioco degli italiani». «C'è un solo modo per scoprirlo: che l’emendamento - è la sfida di Meloni - venga votato a scrutinio palese e non con voto segreto. Sfido le opposizioni a non chiedere il voto segreto. Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani». Parole che, tra le fila delle opposizioni, vengono lette come un mettere le mani avanti, un voler nascondere i timori sulla tenuta dei gruppi parlamentari e preparare il terreno alla strategia di addossare al centrosinistra la responsabilità di un eventuale affossamento delle preferenze.
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Sia Salvini che Tajani hanno assicurato che la coalizione e il governo non saranno a rischio qualora dovessero prevalere i no alle preferenze. «Non potremmo certo dire agli italiani che questo governo salta il record di durata a palazzo Chigi per colpa della legge elettorale...», afferma anche un dirigente di primo piano di Fratelli d’Italia. Ora il centrodestra si confronterà con la prova dei numeri in Aula, nel partito di Meloni c'è ottimismo. «Non c'è - dice un 'big' di Fdi - alcuna manovra coordinata all’interno dei gruppi. Dipenderà tutto dall’iniziativa dei singoli...». Tradotto, potrebbero pesare gli interessi personali di chi si potrebbe sentire penalizzato dall’introduzione delle preferenze. Intanto dopo il via libera arrivato questa mattina da leghisti e azzurri (sia Lega che FI hanno tenuto una riunione di gruppo), la coalizione ha deciso un cambio di linea: il governo non si rimette all’Aula ma mette il timbro sull'emendamento sulle preferenze: parere favorevole. «Ci mettiamo la faccia», lo slogan.
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Voteranno a favore anche i vannacciani. Anzi, dai parlamentari vicini all’ex generale arriverà un sì all’intero impianto della legge. Prove di alleanze future? Per ora nel centrodestra prevale il no ma è ancora prematura la discussione. Tra l’altro la previsione nel centrodestra è che qualora dovesse passare la riforma della legge elettorale (sul passaggio al Senato non è prevista al momento alcuna accelerazione) si andrà a votare per le Politiche alla scadenza naturale della legislatura. Tuttavia, sotto traccia in molti nel centrodestra non nascondono il proprio malessere. Sia sul punto di caduta che si è trovato, sia su come portare avanti l’operato in Parlamento: «Se passa la legge con le preferenze le Camere si svuoteranno. Si andrà sul territorio, oppure chi sarà sicuro di essere fatto fuori non verrà mica a votare...», ragiona un esponente dell’alleanza.
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