La Corte Suprema mantiene lo ius soli, infliggendo un colpo a Donald Trump. L’abolizione del diritto di cittadinanza per nascita è stato uno dei cavalli di battaglia della campagna del tycoon e uno dei primi provvedimenti firmati nello Studio Ovale è stato proprio la sua abolizione.
Una Corte Suprema divisa, 5 voti a favore e 4 contrari, ha respinto le restrizioni di Trump sulla cittadinanza per diritto di nascita, invalidando un pilastro della sua politica sull'immigrazione. La corte ha stabilito che un ordine esecutivo, emanato da Trump poche ore dopo il suo insediamento l’anno scorso, risultava incompatibile con il Quattordicesimo Emendamento della Costituzione. A favore del mantenimento dello ius soli sono stati John Roberts, Sonya Sotomayor, Helena Kagan, Amy Comey Barrett e Ketanji Brown Jackson.
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Il 20 gennaio 2025, il primo giorno del suo ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo nel quale stabiliva che le persone nate negli Stati Uniti non avrebbero più acquisito automaticamente la cittadinanza qualora i genitori fossero privi di uno status giuridico adeguato. In pratica, il tycoon ha tentato di reinterpretare una clausola del 14esimo emendamento, quello ratificato nel 1868 per garantire i diritti civili degli ex schiavi dopo la guerra civile e diventato legge federale nel 1940.
Secondo l’emendamento, infatti, lo ius soli è garantito a chiunque sia nato negli Stati Uniti e sia «soggetto alla loro giurisdizione». Ma nell’ordine esecutivo di Trump si sostiene che i figli di immigrati irregolari o titolari di visti temporanei non rientrano in questo principio. L’Unione Americana per le Libertà Civili e altri gruppi per i diritti civili hanno subito fatto causa all’amministrazione per conto di diverse famiglie colpite.
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Il caso, 'Trump vs Barbara', prende il nome dallo pseudonimo di una delle querelanti, una richiedente asilo dell’Honduras che vive in New Hampshire e che temeva che il suo bambino, nato nell’ottobre 2025, venisse privato della cittadinanza americana. La donna era fuggita dal suo Paese col marito nel 2024 per sfuggire alla gang 'Mara 18'. Ha raccontato di aver scelto di rimanere anonima per il timore che l’amministrazione Trump o i suoi sostenitori potessero vendicarsi contro la sua famiglia per aver reso pubblica la propria vicenda.
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Dopo la causa, diversi tribunali federali hanno impedito all’amministrazione di attuare l'ordine esecutivo, stabilendo che violasse la Costituzione, oltre un secolo di precedenti della Corte Suprema e una legge federale di lunga data. Di fronte alla prospettiva che il provvedimento potesse rimanere sospeso a tempo indeterminato, nella primavera dell’anno scorso l’amministrazione Trump si è rivolta alla Corte Suprema, chiedendo ai giudici di pronunciarsi sulla possibilità, per i tribunali di grado inferiore, di emettere ingiunzioni «universali» o «a livello nazionale», ovvero provvedimenti che vietano l’applicazione di leggi o politiche in qualsiasi parte del Paese. Con una votazione di 6 a 3, il massimo tribunale stabilì che ciò non fosse consentito.
Tuttavia, dopo quella decisione della Corte Suprema i procedimenti che contestavano il merito del provvedimento del tycoon sullo ius soli sono proseguiti presso i tribunali di grado inferiore. Il 10 luglio 2025, un giudice federale del New Hampshire ha emesso un’ordinanza cautelare che impediva al governo di applicare la misura nei confronti dei bambini nati dopo il 20 febbraio 2025, ai quali la cittadinanza americana veniva o sarebbe stata negata in virtù di tale ordine.
L'amministrazione repubblicana ha quindi presentato un nuovo ricorso al massimo tribunale chiedendo di riesaminare la decisione del giudice. E così si è arrivati all’aprile del 2026 quando i nove saggi hanno ascoltato le argomentazioni del caso 'Trump vs Barbara'. Una questione così complicata e divisiva che sono passati altri tre mesi prima della sentenza.
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