Taormina Film Festival, Carol Alt: la libertà di cambiare sguardo

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Taormina Film Festival, Carol Alt: la libertà di cambiare sguardo

Taormina Film Festival, Carol Alt: la libertà di cambiare sguardo

Nella chiacchierata la parola “bellezza” compare molto meno di quanto ci si aspetterebbe. Al suo posto ne arrivano altre: salute, tempo, libertà, esperienza. Per anni il volto di Carol Alt è stato associato a un’idea quasi irraggiungibile di perfezione femminile; oggi lei parla di salute prima che di bellezza, di esperienza prima che di carriera, di libertà prima che di immagine. Non rinnega nulla, sia chiaro, ma non difende nemmeno quell’immagine. La lascia lì, come una fotografia di un’altra epoca.
E intanto pensa a nuovi progetti, le piacerebbe girare un film in costume: «Mi piacerebbe molto lavorare ancora in un film d’epoca. Ho interpretato una suora, ho interpretato una persona paralizzata, ma c’è qualcosa nelle storie ambientate in altri tempi che continua ad affascinarmi». Insomma, ama continuare a fare cose che non assomigliano a quelle che gli altri si aspettano da lei. E valuta persino l’idea – ancora sospesa – di raccontarsi in un documentario. I suoi primi 65 anni, per parafrasare il suo film cult in cui, a 25 anni, interpretava Marina Ripa di Meana e i suoi primi quarant’anni: «Ci sto pensando ma è una cosa molto intima», dice.
Quella che segue è una riflessione sorprendentemente concreta su ciò che resta quando l’immagine smette di essere il centro del racconto. Cioè, tanto altro.
Lei è arrivata al cinema dalla moda. Ha mai sentito il pregiudizio di dover dimostrare di meritare il set?
«No, perché il cinema è arrivato attraverso un’opportunità. Carlo Vanzina: portò una pila di fotografie a un casting dicendo che per il suo prossimo film sarebbe andata bene una di quelle ragazze. Qualcuno gli fece notare che erano tutte di Carol Alt. E lui: “Se riesce a fare questo in fotografia, immagina cosa potrà fare al cinema”. Mi è rimasta questa idea: non devi dimostrare qualcosa agli altri. Devi capire cosa puoi esprimere tu».
Se la donna che oggi sale sul palco del Teatro Antico incontrasse la ragazza che compariva sulle copertine degli anni Ottanta, cosa le direbbe?
«Le direi di godersi tutto. I momenti belli e anche quelli difficili. Perché fanno parte della vita. E soprattutto le direi che tutto passa molto più velocemente di quanto immaginiamo. Quando sei giovane pensi sempre che il tempo sia infinito. Non lo è».
Esiste un momento in cui si smette di difendere un’immagine perfetta e si impara a riscriverla?
«Credo che succeda naturalmente. Ma la verità è che io non ho mai vissuto con l’ossessione di proteggere un’immagine. Non ho mai sentito il bisogno di essere all’altezza di una perfezione costruita dagli altri. Ho sempre cercato di essere me stessa. Poi, col tempo, impari che la cosa davvero importante è un’altra: la salute. L’immagine viene dopo. Se non stai bene, il resto non conta».
Ha attraversato decenni in cui il corpo femminile è stato osservato, giudicato, raccontato. Oggi siamo più libere o solo giudicate in modo diverso?
«Siamo ancora giudicate. E spesso le donne sono le critiche più severe verso le altre donne. Guardiamo i vestiti, le scarpe, le rughe, ci confrontiamo continuamente. Credo che questa sia una cosa che dobbiamo imparare a lasciare andare, osservandoci con meno competizione e più generosità».
A che punto è oggi Carol Alt?
(Ride) «Continuo a investire energie nello sport, possiedo una squadra di hockey a Las Vegas che è arrivata in finale. Sto lavorando a una nuova serie, Paper Empire, ambientata nel mondo delle criptovalute, e sto valutando nuovi progetti».
Un ritorno in Sicilia per ritirare un premio al TFF…
«Sì, dopo anni. Qui le persone sono affettuose, calorose. È un posto rilassante: il cielo, il sole… E ieri ho anche mangiato una granita, anche se non avrei dovuto».

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