Tommaso Calderone, deputato nazionale di Forza Italia. Che sta succedendo nel vostro partito?
«Forza Italia deve offrire idee nuove all’elettorato. Si deve connotare, altrimenti verrà travolta anche dal populismo. Noi siamo stati il partito del ceto medio, dei professionisti, delle imprese, del garantismo, e dobbiamo chiederci con autocritica costruttiva cosa abbiamo fatto per queste categorie. Perché, oggi, un cittadino deve votare Forza Italia? Buona parte degli altri partiti hanno delle connotazioni precise, noi dobbiamo riconquistare, a tre anni dalla scomparsa del presidente Berlusconi, il nostro elettorato».
Se questo è il quadro, c’è un problema di classe dirigente?
«In Sicilia ne abbiamo di bravi, di dirigenti di partito. Abbiamo Giorgio Mulè, c’è Marco Falcone».
Non ha citato Schifani.
«Io partirei da Mulè e Falcone».
Quanto ha inciso l’operato del governo regionale su questa crisi?
«Il governo regionale ha fatto bene, ma se il cittadino non lo ha percepito, evidentemente qualcosa non funziona».
A Messina chi governa viene rieletto da tre mandati.
«Perché non c’è una forza alternativa che riesca ad essere altrettanto convincente. E quindi Sud chiama Nord continua a governare».
Cosa non ha funzionato a Messina, dove Forza Italia è crollata?
«Io sono tra chi sostiene che i panni sporchi vanno lavati in famiglia. Certamente per il futuro dobbiamo essere più attrattivi, il 3,5% è un risultato spietato che deve portare ad un’analisi stringente».
Il deputato Alessandro De Leo un’analisi l’ha fatta. E lo ha portato a lasciare Forza Italia.
«Con lui ho un rapporto di amicizia, darei un giudizio condizionato. Alessandro è un giovane bravo e capace che poteva dare tanto a Forza Italia, ed è certamente una perdita il passaggio al gruppo misto. Al di là dei suoi consensi elettorali».
Lui ha detto che c’è stato una sorta di boicottaggio della lista di Forza Italia.
«Non saprei dare una risposta, lui l’ha vissuta dal di dentro, io ho lavorato soprattutto in provincia. Ha elementi per dirlo, evidentemente. Io ho detto al partito che non potevamo permetterci di perderlo».
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