Al Taobuk due incontri e un solo tema: combattere le disuguaglianze è una missione da Nobel

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Al Taobuk due incontri e un solo tema: combattere le disuguaglianze è una missione da Nobel

Al Taobuk due incontri e un solo tema: combattere le disuguaglianze è una missione da Nobel

Ascoltandoli uno dopo l’altra, la sensazione è che Esther Duflo e Abdulrazak Gurnah abbiano parlato dello stesso tema senza mai nominarlo nello stesso modo. Lei attraverso numeri, esperimenti e istituzioni. Lui attraverso memorie, attraversamenti e racconti. Ma il punto di incontro è rimasto identico: la fiducia non nasce quando tutto funziona. Nasce molto prima. Nel momento in cui qualcuno decide che una persona, una storia o una possibilità meritano ancora di essere prese sul serio.
Prima è toccato a Esther Duflo, economista francese premiata ieri con il Taobuk Award dall’ideatrice del festival Antonella Ferrara. Chi si aspettava una lezione sull’economia come linguaggio di grafici e previsioni si è trovato davanti altro: una riflessione costruita attraverso domande semplici e verifiche ostinate. «Dobbiamo davvero fare degli sforzi per guardare in faccia i problemi di giustizia sociale», ha detto. «Il rischio degli ultimi anni è duplice: da una parte considerare alcune disuguaglianze inevitabili, dall’altra pensare che bastino slogan o principi astratti per correggerle». Il punto da cui Duflo parte da anni è questo: non fidarsi delle intuizioni, nemmeno quando sembrano moralmente giuste. Metterle alla prova. È il metodo degli esperimenti randomizzati che l’ha resa una delle economiste più influenti della sua generazione: osservare gruppi simili, introdurre una differenza limitata, seguire nel tempo ciò che cambia davvero. Per raccontarlo è tornata su uno degli studi che più hanno segnato il suo lavoro, condotto in Ghana: «Abbiamo preso studenti che avevano superato l’esame per entrare al liceo ma non avevano i soldi per iscriversi. Al cinquanta per cento abbiamo dato una borsa di studio e poi li abbiamo seguiti per anni». I risultati hanno allargato il campo. Migliori esiti scolastici, maggiore partecipazione civica, maggiore familiarità con il funzionamento delle istituzioni. E soprattutto un impatto molto forte sulle ragazze, capace di trasferirsi nel tempo anche ai figli. Poi il passaggio alle disuguaglianze economiche, che Duflo legge non soltanto come problema morale ma come elemento di erosione democratica: «Se un numero assolutamente limitato di super ricchi continua ad accumulare le risorse del mondo, quelle del resto dell’umanità diminuiscono progressivamente». Da qui anche una proposta: «Una tassazione internazionale dei super ricchi - anche limitata - potrebbe migliorare le condizioni generali». E ancora: «Quando io parlo di uguaglianza di genere parlo di uguaglianza di genere che riguarda nella stessa misura sia le donne che gli uomini perché la società ha bisogno del talento di tutti».

Poco dopo, cambiando completamente campo ma non davvero argomento, Abdulrazak Gurnah ha spostato la conversazione altrove: non sulle regole che distribuiscono le opportunità, ma su ciò che le persone cercano di salvare quando il terreno sotto i piedi si rompe. Per molto tempo la sua letteratura è stata raccontata attraverso parole come migrazione, colonialismo, esilio. «Non penso che i miei personaggi siano condannati a essere stranieri. Credo che molto spesso siano persone in cerca di sicurezza». La distinzione non è piccola. Per Gurnah il movimento non nasce quasi mai dal desiderio dell’altrove: nasce dal tentativo di continuare a vivere. «Dopo la decolonizzazione c’è stata una dispersione enorme di esseri umani. Alcuni sono fuggiti dai conflitti, altri hanno cercato semplicemente una vita migliore. Mi interessa capire quali risorse una persona riesce a trovare quando la sua vita entra in pericolo». «Abbiamo bisogno di tornare a pensare alla colonizzazione. Non perché dobbiamo vivere nel passato, ma perché troppo spesso la storia che è stata raccontata è stata una non-storia». Anche quando parla di Zanzibar evita ogni nostalgia semplificata: «Non è stata una scelta nascere lì: sono stato depositato dalla natura e dagli eventi». «Quel pezzo di Oceano Indiano apparteneva già da secoli a una rete di lingue, commerci, attraversamenti, contaminazioni ». E quando il discorso arriva alle figure femminili dei suoi romanzi, la risposta cambia tono, tocca il privato: «Ho avuto una madre, quattro sorelle, due figlie. Scrivere significa cercare di capire gli altri. Con pazienza».

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