Infermieri “non adeguati” e sicurezza a rischio: il caso del San Raffaele di Milano finisce in Procura

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Infermieri “non adeguati” e sicurezza a rischio: il caso del San Raffaele di Milano finisce in Procura

Infermieri “non adeguati” e sicurezza a rischio: il caso del San Raffaele di Milano finisce in Procura

Sul caos che si è verificato tra il 5 e il 7 dicembre scorsi nel padiglione di cure intensive del San Raffaele, la Procura di Milano ha aperto una inchiesta conoscitiva, senza titolo di reato né indagati, in seguito alla trasmissione delle relazioni da parte del Nas e della Squadra Mobile.

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L’indagine è stata assegnata al pm Paolo Filippini, del dipartimento guidato dall’aggiunto Tiziana Siciliano. Il fascicolo servirà per far luce su quanto accaduto in seguito all’affidamento del servizio infermieristico nel cosiddetto "Iceberg" a una cooperativa esterna che si sarebbe dimostrata non all’altezza con rischi per i pazienti.

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«Quello che è accaduto a Milano, nel reparto di cure intensive del San Raffaele è l’ennesima conferma che il Servizio sanitario nazionale sta scivolando verso un modello improvvisato, dove reparti ad alta intensità vengono affidati a personale esterno non formato, con rischi gravissimi per i pazienti».

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Così Marco Ceccarelli, Segretario nazionale Coina (Sindacato delle Professioni Sanitarie), in una nota, commentando l’episodio nell’ospedale milanese dove, tra il 6 e il 7 dicembre scorso, una cooperativa di infermieri, al primo giorno di servizio, avrebbe commesso una serie di errori tali da costringere la direzione sanitaria a bloccare nuovi accessi, attivare un’unità di crisi e trasferire i ricoverati. "Qui non parliamo soltanto di una gestione sbagliata - spiega- Parliamo di un modello che mette a repentaglio la sicurezza delle cure: operatori che non conoscono i protocolli, dosaggi sbagliati, terapie non registrate, addirittura presunte difficoltà linguistiche».

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Ceccarelli richiama poi i dati ufficiali dell’ANAC: «Dal 2019 al 2024, non possiamo dimenticarlo, le Regioni hanno speso 2 miliardi e 141 milioni di euro per personale a gettone. Nel solo 2023 si erano già superati 1,8 miliardi, e per il 2024 è previsto un ulteriore incremento di 314 milioni, cui si aggiungono 457,5 milioni stanziati dalle aziende sanitarie. Il pubblico non è in crisi perché mancano le risorse, ma perché le risorse vengono allocate male».

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Il paradosso, osserva il Segretario Coina, è diventato sistema: «In Italia mancano almeno 70mila infermieri. E mentre i dipendenti del Ssn sono pagati 1.500 euro al mese, gli stessi professionisti, dimettendosi, rientrano come gettonisti nelle stesse aziende con compensi doppi. È un cortocircuito economico e organizzativo che incentiva l’abbandono del pubblico e svuota i reparti».

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Il Coina ribadisce l’esigenza di un contratto dedicato ai professionisti sanitari dell’area non medica e rilancia la propria linea tra cui: stabilizzazioni immediate e stop alla dipendenza strutturale da appalti e gettonisti; percorsi di carriera chiari e verticali; retribuzioni dignitose e competitive; standard nazionali di sicurezza per impedire che reparti critici vengano affidati a personale non formato; stop all’assistente infermiere e revisione del reclutamento dall’estero.

«La sicurezza delle cure non è negoziabile. O si investe sui professionisti del pubblico oppure continueremo a moltiplicare emergenze come quella del San Raffaele», conclude.

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