Sarah Zappulla Muscarà e Enzo Zappulla – lei già ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Catania, lui presidente dell’Istituto di Storia dello Spettacolo Siciliano – alla letteratura, al teatro, al cinema tra Otto e Novecento e ai carteggi, alcuni dei quali inediti, hanno dedicato la loro vita di appassionati studiosi. Amano entrare negli archivi con un sentimento di felicità, quello garantito dalla conoscenza, vi sostano con fiducia, s’infilano nella vita di chi ha vissuto d’arte, e quella materia del genio umano, Pirandello, Musco, Martoglio, Bonaviri, Addamo, Patti, D’Annunzio, Turi Ferro, De Roberto, per citarne alcuni, l’hanno fatta diventare storie affascinanti che ci restituiscono in volumi preziosi, monumentali (e monumentum sono, veramente, che serve a ricordare). Nel caso dei carteggi, come «La dolce e grata amicizia» (La nave di Teseo, collana I Fari), corposo carteggio tra Federico De Roberto e Luigi Albertini tra il 1897 e il 1915, proposto per la prima volta dai due studiosi, si tratta non solo di «un’estensione della memoria e dell’immaginazione» come diceva Borges, citato in esergo nel loro lavoro, ma un modo per ritrovare il respiro, lo sguardo, la lingua, la fiamma viva di pensieri e sentimenti di grandi autori. Un corpus, il carteggio tra De Roberto e Albertini, che è «fonte straordinaria e testimonianza incomparabile e fertile di notizie preziose per la conoscenza dello scrittore, del direttore, dell’epoca».
Era il 26 novembre 1896 quando la firma di Federico De Roberto apparve per la prima volta sul Corriere della Sera, in calce al suo «Spasimo», uno dei primi romanzi polizieschi italiani, pubblicato, come si usava, in appendice e a puntate sul quotidiano. Entrava, così, il grande scrittore catanese (1861-1927), autore di «I Vicerè» e «L’imperio» e di una ricchissima produzione narrativa, giornalistica e saggistica, sodale di Verga e Capuana, nella casa di Via Solferino 28, nel centro della città (progettata dall’architetto e giornalista Luigi Beltrami), sede del quotidiano, fondato nel 1876 da Eugenio Torelli Viollier e da lui diretto, prima che cedesse il testimone a Domenico Oliva e nel 1900 a Luigi Albertini.
Un salto di qualità per Albertini e anche per il giornale che grazie al genio visionario del suo direttore fu portato nel 1906 alla tiratura di 150.000 copie. In quella “creatura” di Albertini vibrava il «colore del tempo», per usare un’espressione cara a De Roberto, e passava la vita dell’Italia tutta, al centro di grandi cambiamenti europei, politici e culturali, e di «mutamenti nella storia delle idee, del gusto, del costume». Un laboratorio in cui crescevano idee, amicizie e frequentazioni, come quella tra Albertini e De Roberto, e tra «i maggiori esponenti dell’intellighenzia dell’epoca» – ricordano i due studiosi – , da Praga a Giacosa, dai Treves a Ojetti e Boito, tutti in quella Milano «capitale dei poteri mediatici, finanziari, culturali, ricca di vivacità artistica e di brulicanti iniziative», sede di grandi case editrici, di rinomati teatri, di eleganti caffè e di salotti artistico-mondani dove letterati e artisti, a cominciare dai nostri Verga, Capuana, de Roberto, e tanti altri che lasciavano la provincia da ogni parte d’Italia, erano spinti non solo «da un senso d’irrequietezza ma anche da un’aspirazione a più vasti orizzonti».
Aspirazioni che si realizzavano con l’approdo a grandi case editrici (Sonzogno, Treves, Galli) e, appunto, alla prestigiosa collaborazione con il Corriere della Sera. Per De Roberto, tornato suo malgrado a Catania, costretto a stare lontano dalla sua amata Ernesta Valle (il loro «spasimo» d’amore, testimoniato da un carteggio ardente è diventato un altro corposo e ghiotto volume per la Nave di Teseo, «Si dubita sempre delle cose più belle», curato sempre da Sarah ed Enzo Zappulla), la militanza assidua di critico coltissimo e di lettore instancabile e meticoloso, anche lui appassionato di epistolari di autori illustri, era una ragione di vita, ma anche un modo per mantenere una rete fitta di amicizie e conoscenze.
Il carteggio, nel quale sono assai più numerose le lettere di De Roberto all’amico Luigi, “Gigio” Albertini, verso il quale lo scrittore si dichiara sempre «affezionatissimo», offre uno spaccato assai interessante di iniziative e dinamiche editoriali, di promozione dell’informazione volta a un pubblico variegato, di aspetti privati e pratici della quotidianità: al lungo elenco di appendici bibliografiche e di articoli curati da De Roberto si aggiungono da ambo le parti, idee, consigli tecnici, notizie sul fertile ambiente letterario dell’epoca, indicazioni di De Roberto sulla correzione tipografica, “coccodrilli”, suggerimenti e proposte editoriali (come nel caso della Terza Pagina, della “Domenica del Corriere”, supplemento settimanale illustrato fortemente voluto da Albertini, e del mensile La Lettura per la nascita del quale, nel 1901, De Roberto svolse un ruolo primario), confidenze e anche note pratiche, come la sollecitazione, sempre improntata a grande stima e rispetto, da parte di De Roberto, di remunerazioni per la sua collaborazione.
E non manca la testimonianza di divergenze di idee, di delusioni, ferma restando l’amicizia, come quando il Corriere nel 1914, con Albertini trascinato dall’ondata patriottica, si dichiarò interventista per la Grande Guerra, mentre De Roberto (come Verga), che presagiva lo sfacelo dell’Italia, prese posizione opposta. Lui che con «L’Imperio», apparso postumo nel 1929, aveva raccontato «l’ineducazione del nostro paese, il rischio che si corre, tra turbe ignare, plebi indisciplinate e politici inadeguati, nel metterne a prova la scarsa fibra morale».
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati