L’indubbia bravura di Roberto Benigni è nella capacità di ridurre all’essenziale una vasta cultura raccontando con semplicità storie che si snodano in argomentazioni complesse e riflessioni etiche. Così è stato anche per «Pietro l’uomo del vento», il monologo dedicato alla storia di San Pietro, che mercoledì su Rai1 ha realizzato 3 milioni 968mila spettatori, raccogliendo il 24,4% di share, con picchi d’ascolto vicini ai 5 milioni e superiori al 27%.
Dalla Divina Commedia alla Bibbia o ai Dieci comandamenti, dalla Costituzione italiana all'Inno di Mameli, fino al Manifesto di Ventotene, i monologhi di Benigni rappresentano ormai un genere televisivo a sé stante, irriproducibile da altri.
Malamente, però la Rai ha definito l’occasione di mercoledì “evento”, perché la specialità di un “evento” non si conforma con la ordinarietà di una qualunque serata tv che inizia alle 21,45 (persino Fiorello, ieri mattina, ha commentato: «Ma è assurdo che un evento così inizi alle 21.50! Rai, intervenite! A me a quell'ora devono dare il girello!») e dopo la sgangherata confusione dei pacchi.
Seguire un monologo di Benigni comporta uno sforzo di attenzione, e probabilmente una messa in onda anticipata avrebbe coinvolto un pubblico più ampio rispetto al pur ottimo share col quale Rai1 mercoledì ha superato i competitor.
Né valeva a conferire la patente di esclusività il siparietto al Tg1 per promuovere la visione, nel quale Benigni, tradendo emozione, ha ringraziato Papa Francesco invece che Papa Leone, col quale aveva condiviso l’anteprima del monologo. Un entusiasmo per il pontefice ben lontano dal «Wojtilaccio», e nessun accenno politico nel suo monologo: l’apocalittico Benigni del 1980 che oggi parla dai Giardini Vaticani sembra più integrato nelle logiche contemporanee.
La cifra della narrazione di Benigni rivela l’umanità del pescatore divenuto apostolo, un uomo comune, con ingenuità, perplessità, paure e vigliaccherie al quale Gesù affida il compito di creare la sua Chiesa e consegna le chiavi del Paradiso. È un continuo raffronto sul tema dell’imperfezione dell’uomo che, pur riconosciuta da Gesù, non gli impedisce di diventare simbolo della cristianità.
Ciò che di Benigni continua a sorprendere è la straordinaria attitudine nel coniugare storia, Vangeli, filosofia, arte, plasmandole in maniera semplice, ironica e affabulatoria, con concetti intellegibili a tutto il pubblico in modo che ogni singolo spettatore, senza distinzione di età, credo o livello culturale, possa assimilare la parte che gli è più congeniale, ma soprattutto facendo transitare alcuni concetti universali, presupposti etici del vivere in sintonia col prossimo.
Certo, l’entusiasmo di Benigni, la sua compartecipazione plastica al racconto, il suo continuo ribadire l’innamoramento al personaggio suonano ridondanti e, talvolta, rischiano di ridurre la Storia a storiella, ma sono sommersi dal carisma del narratore.
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