Un libro molto atteso, «La mala notte» (Einaudi), dello scrittore e giornalista palermitano Ugo Barbàra, che dopo «I Malarazza» e «Malastrada» porta la stirpe dei Montalto-Scudera nell’isola di Cuba, in un intreccio di passioni e ambizioni con sullo sfondo fatti storici, rivolgimenti sociali e cambi di prospettive, elementi che hanno vestito un racconto avvincente e fluido che da Castellammare del Golfo si sposta in America poi a Cuba con ritorni frequenti in Sicilia. Un viaggio narrativo che si conclude perché «a un certo punto – dice Barbàra – le storie e i personaggi bisogna lasciarli andare. Per uno scrittore conoscere i personaggi e raccontare le loro storie è sì un viaggio. Uno di quelli anche un po’ avventurosi con compagni di viaggio che pensi di non lasciare mai. E poi non li vedi più. L’intensità del racconto si è esaurita, una sola parola in più sarebbe una forzatura».
Dopo «I Malarazza» e «Malastrada», ora «La mala notte». Un’assonanza o un titolo funzionale ai fatti?
«Era ovvio che ci sarebbe stata un’assonanza con –mala. Il titolo in origine era un altro ma poi la scelta definitiva mi è sembrata perfetta e certamente funzionale a una notte molto particolare nella parte conclusiva del romanzo, una “malanotte” per tutti».
Dalla Sicilia a New York alla Sicilia di nuovo e ora in questo terzo romanzo Cuba. Perché Cuba?
«Lo spunto di Cuba nasce dal fatto che la famiglia veramente esistita alla quale mi sono ispirato negli anni Cinquanta era andata a Cuba dove aveva fatto fortuna con i casinò, oltre a possedere una gioielleria, come si racconta nel romanzo. Poi mi sono documentato e ho appreso che l’emigrazione siciliana a Cuba, peraltro consistente, era molto particolare e prevalentemente criminale. Cuba attirava perché si facevano buoni affari tra alcol, gioco, lussuria e vizi. Gli italoamericani che cominciavano ad avere poca acqua in cui nuotare in America con le leggi contro il crimine organizzato volevano trasformare Cuba in una sorta di stato criminale, in cui poter esercitare un potere incondizionato. E ci stavano riuscendo perché tutto sommato Batista si prestava. C’erano Lucky Luciano, Santo Trafficante, il castellammarese Ioe Stassi, presenti nel romanzo, ma anche star del cinema, della musica, della letteratura».
Di Cuba racconti anche la rivoluzione, con un personaggio della famiglia Scudera, Elisabetta, che si unisce ad essa...
«Della rivoluzione racconto gli aspetti meno romantici. Raul Castro, succube del fratello Fidel, era un gangster, termine che aveva un’accezione diversa da quella che conosciamo. I gangster erano studenti universitari organizzati in gruppi paramilitari che si mettevano al soldo di politici che prevaricavano per vincere le elezioni. Elisabetta è un personaggio di finzione ma la sua scelta era la stessa di tanti figli di americani dirigenti di multinazionali che si unirono alla rivoluzione; alla fine degli anni Cinquanta, quindi lontani dal ’68, questo era un cambio di paradigma molto interessante della società americana. I cubani erano servi degli americani ma nella scala sociale i veri servi erano gli haitiani che lavoravano nelle piantagioni di canna da zucchero. A questa struttura coloniale schiavista si ribellarono tanti giovani come l’Elisabetta della storia».
L’ambizione muove tutti i fili che legano le generazioni delle famiglie Montalto e Scudera e determina i destini dei personaggi.
«Ambizioni che muovono le decisioni, le passioni, gli amori. Quello che travolge sempre i Montalto sono le passioni, forse ancora più dell’amore. Quanto all’ambizione, quando incontriamo per la prima volta i Montalto sappiamo che la loro è ancora un’ambizione sana, poi però entrano in ballo i soldi, e questo comincia ad avvelenare il sangue dei personaggi, quando si rendono conto che l’ambizione va a braccetto col potere e il potere con la ricchezza e si porta dietro la corruzione, il tradimento. Chiaramente non può esserci purezza nel perseguire quel tipo di ambizione. E tuttavia c’è anche chi rinuncia alle proprie ambizioni per seguire il disegno fatto da altri».
Nella trilogia hai puntato molto sui personaggi femminili.
«Mi interessava l’idea del matriarcato delle donne siciliane. I miei non sono romanzi al femminile, anche se nei primi due romanzi le donne sono sicuramente i personaggi più interessanti per il contesto in cui si muovevano, tra metà Ottocento e primi decenni del ‘900, quando essere una donna determinata significava affrontare una sfida enorme. In “La mala notte” ho dato alle donne una forza di ribellione e non di autoaffermazione; la ribellione di Elisabetta non è un colpo di testa di una ragazza viziata ma l’unica risoluzione possibile per affermare se stessa in un contesto che la voleva diversa da quello che lei voleva essere. Di contro c’è un personaggio maschile molto presente ed estremamente forte, e non in positivo come era il capostipite, Antonio Montalto: Gaetano Scalera non è solo un patriarca assertivo ma un mezzo delinquente, che crea un problema etico nella famiglia».
Hai in progetto qualche altra storia?
«Ho un progetto che si discosta molto dalla saga. C’è un personaggio di cui scrivevo prima di cominciare “I Malarazza” e al quale sono legato per motivi che si scopriranno quando la storia vedrà la luce. E devo dire che sono tentato dalla serialità perché non sono solo io ad affezionarmi ai personaggi ma pure il lettore. E allora a questo personaggio voglio dare la possibilità della serialità con un libro che sia autoconclusivo e che però se funziona può avere un seguito non nelle vicende ma nel personaggio».
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