Nessun abuso: c'era il consenso. Un uomo di 52 anni, accusato di violenza sessuale nei confronti di una ragazzina che all’epoca ne aveva solo 15, è stato assolto dal Tribunale di Venezia al termine del processo in cui la Procura aveva chiesto una condanna a otto anni di reclusione. La sentenza è stata pronunciata mercoledì scorso dal collegio presieduto dalla giudice Francesca Zancan.
Il caso era finito in un’aula giudiziaria a seguito della denuncia presentata dalla sua famiglia. I genitori, infatti, dopo diversi mesi di frequentazione tra i due, avevano iniziato ad avere alcuni sospetti e avevano così incalzato la figlia nel tentativo di capire cosa stesse accadendo. Lei, a quel punto, aveva confermato ai familiari di essere stata costretta dal 52enne ad avere rapporti sessuali.
I due, infatti, si erano conosciuti su Instagram nel 2020. Stando a quanto ricostruito dal pm Giovanni Zorzi, dopo i primi scambi di messaggi in chat, lui avrebbe iniziato a chiederle "insistentemente di potersi incontrare di persona», continuando anche «a fronte a di rifiuti categorici». Secondo la ricostruzione dell’accusa, l’uomo avrebbe ingenerato nella ragazzina «un senso di oppressione e di obbligo tale da assecondarlo», al punto che i due avrebbero cominciato a pianificare gli incontri ogni due settimane. Nel corso del processo per violenza aggravata dalla minore età della presunta vittima, sono stati sentiti diversi testimoni tra cui la stessa ragazza, oggi maggiorenne. Eppure il suo racconto non ha convinto i giudici, che l’hanno anzi ritenuto "inverosimile".
A portare il collegio alla decisione di assolvere l’uomo c'è stata in particolare una serie di messaggi inviati dalla ragazzina al 52enne, tra cui anche uno con scritto "sei mio», dai quali secondo i giudici emergerebbe il consenso. I magistrati, che hanno letto in aula le motivazioni contestuali, ipotizzano infatti che la giovane abbia fornito la versione della violenza perché temeva la reazione dei genitori. «Una sentenza che ci riporta indietro di 30 anni», ha commentato l’avvocata Maria Teresa Manente, responsabile dell’ufficio legale di Differenza Donna. «Ancora una volta non si crede ad una ragazza, la si accusa di aver provocato. Il 'lei ci stà diventa prova contro la sua parola, si sostiene sia stato il suo comportamento a legittimare la condotta di un uomo adulto»
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