Camorra, 3,2 milioni nascosti nei muri a Caivano: 34 misure contro il clan Angelino

Banconote per 3 milioni e 200 mila euro erano tumulate all'interno delle mura di un'abitazione di Caivano, in provincia di Napoli, insieme ad 11 orologi di gran lusso. Sono servite numerose martellate per sgretolare il nascondiglio dei soldi che sono stati portati via dentro a secchi di plastica. Le banconote, del taglio da 50 euro, erano tutte incellophanate in ordine.

Soldi che, secondo gli inquirenti, sarebbero provento di piazze di spaccio gestite come attività commerciali, con turni, «aperture procrastinate» e ingenti guadagni. Tutto questo emerge dalla corposa ordinanza di custodia cautelare (oltre 1.100 pagine) firmata dal gip del tribunale di Napoli Lucia De Micco che ha portato all'emissione del provvedimento a carico di 34 soggetti (23 in carcere e altri undici ai domiciliari) accusati a vario titolo di far parte di un gruppo criminale. Un'organizzazione che, per gli inquirenti – ad eseguire i provvedimenti sono stati i carabinieri del nucleo investigativo di Castello di Cisterna e delle sezioni operative delle compagnie di Caivano e Casoria – farebbe capo al clan Angelino, operante a Caivano e Casoria.

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Un'inchiesta nella quale, come si evince dagli incartamenti, avrebbero avuto un ruolo determinante alcuni collaboratori di giustizia. È grazie a loro se, nel corso delle attività, i carabinieri trovano, durante una perquisizione nell'abitazione di colui il quale è ritenuto tra i vertici del gruppo, nel quartiere Bronx di Caivano, la somma in contanti di 3,2 milioni di euro, occultata in vari nascondigli con l'ausilio di sistemi elettronici. In questa occasione, trovati anche undici orologi per un valore di oltre 127mila euro.

Ma è sulle attività delle piazze di spaccio – le indagini vanno avanti dal 2021 e fino al luglio 2025 – che emergono particolari interessanti. Come quelli che ricostruiscono i momenti dopo il ritrovamento del corpo senza vita di Antonio Natale, ragazzo ucciso con diversi colpi di arma da fuoco e il cui cadavere fu ritrovato dopo settimane dalla scomparsa. Stando a quanto emerge dal lavoro investigativo, il gruppo decimato oggi sarebbe riuscito a contrastare la volontà di qualcuno di fare convergere di nuovo le piazze di spaccio nel Parco Verde.

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Ma è sul loro funzionamento che emergono similitudini con le attività commerciali. A partire dai rifornimenti: ogni lunedì sarebbero arrivati carichi dettagliati di stupefacenti, con l'obbligo di pagare entro il venerdì successivo.

Gli investimenti non sarebbero mancati, come l'acquisto di Rolex che, per i collaboratori di giustizia, sarebbero stati mostrati sui social per «dimostrare la forza» dell'organizzazione. Per il controllo del territorio sarebbero state individuate «professionalità» che avrebbero operato in esclusiva per il clan, con compensi mensili dai dieci ai ventimila euro. Sarebbe questo soggetto – spiegano i pentiti – ad autorizzare a rifornire di cocaina le varie piazze di Caivano. Piazze che, nella maggioranza dei casi, sarebbero gestite a «livello familiare», per evitare il coinvolgimento di gente estranea e dunque potenzialmente pericolosa.

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